Il Blog a misura d'uomo... Ecco il vostro angolo di sfogo artistico! Scrittori, disegnatori, fotografi, musicisti in erba e non!? Ecco! Io vi offro una casa!

lunedì 19 settembre 2011

Hayao Miyazaki

Il Castello errante di Howl



Sophie, una ragazza solitaria e piuttosto scialba, è la maggiore di tre sorelle ed ha ereditato dal padre la gestione della cappelleria di famiglia. La sua monotona vita, tutta casa e negozio, viene un giorno sconvolta dall'incontro con un misterioso ragazzo dagli incredibili poteri magici e, in seguito, dal maleficio scagliatole dalla malvagia Strega delle Lande Desolate, che la trasforma in una vecchietta; Sophie si trova così costretta ad andarsene di casa a causa delle sue nuove sembianze.
Nel viaggio verso le Lande, un territorio desolato oltre i confini della città, incontra un curioso spaventapasseri animato che la invita a seguirlo fino ad uno strano castello semovente, nel quale pare abiti il famigerato mago Howl. Qui Sophie si stabilisce come donna delle pulizie e scopre così che il misterioso ragazzo che aveva incontrato il giorno prima era proprio Howl, al quale la Strega delle Lande Desolate dava la caccia e sul quale pende una terribile maledizione che lo lega a Calcifer, il demone del fuoco, che è il suo servitore e che governa il castello.
Per sciogliere la maledizione che la strega ha lanciato su di lei, Sophie stringe un accordo con Calcifer: dovrà scoprire e svelare il segreto del patto tra Calcifer e Howl, permettendone quindi l'annullamento, in cambio a sua volta della liberazione dal maleficio.
Nel mondo dove il potere della guerra e della magia sconvolgono senza pietà persone e luoghi, Sophie, grazie solo alle semplici armi del perdono, dell'amicizia e dell'amore riuscirà a costruire un nuovo modello di convivenza. [...]

Questo è cose di certo vi dirà Wikipedia, ma nel grande maestro dell'animazione Miyazaki, e in questa strabiliante opera c'è molto di più.
Non starò qui a 'pomparvi' di paroloni aulici e di poesia per descrivere un qualcosa che nella sua spettacolarità si descrive già da sè.
Il punto è... Perchè?
Fermatevi un attimo... Avete visto il film d'animazione in questione? No? Ecco! Fatelo e poi ritornate a leggere... Se l'avete già visto vi chiedo...
Dopo averlo letto, non vi siete fermati davanti ad uno specchio, oppure solamente fissando il soffitto, e vi siete chiesti... Ma?
Questo 'Ma' può significare tantissime cosa ma prevalentemente esprime incredulità. Perchè è questo che suscita una qualsiasi cosa partorita dal genio del maestro Miyazaki.
Come è possibile? Come ha fatto? E qualcuno mai potrebbe riuscirci?
Chiedetevi anche se sareste mai in grado di immaginare anche alla lontana quella miriade di personaggi e creature che regnano e popolano le immense tavole di questo anziano signore di origini giapponesi...
Ci potreste mai riuscire? Non dico sia impossibile ma... Quasi.
Esiste gente come lui sicuramente al mondo, ma... La diatriba nasce da delle specifiche riflessioni.
Dove sono queste persone? E se anche ci sono perchè si nascondono? E anche se non si nascondessero, perchè non riusciamo a vederle?
Siamo sempre lì... Vi siete dati una risposta? Io si... La nostra società li ha uccisi, o lo sta facendo anche in questo preciso istante, senza che noi ce ne possiamo accorgere, magari nell'edificio di fronte al nostro abita un genio di questo calibro e purtroppo proprio ora, uno spietatissimo alieno ha fatto irruzione nella sua camera e sta succhiandogli il cervello... E noi? Noi non facciamo nulla...
Ma non si deve disperare... Questo blog nasce proprio per questo.
Smuovere qualcosa e dare delle possibilità fin dove possibile a chi come me ha dei sogni, e ben difficili da realizzare in un mondo come questo.

Scrittori, disegnatori in erba? Musicisti in erba? Qualsiasi tipologia di artista in erba? Ci siamo capiti no!? Siete in erba e volete esplodere? Possiamo farlo insieme! O almeno... Ci possiamo provare...

SuccoDiFico



http://www.flickr.com/photos/succodifico/

E' ora che l'arte della fotografia sia divulgata ai popoli... Troppe cose vi sono state dette su quest'altre a tantissime fuorvianti.

Scoprirete molte cose...
Programmi di grafica? Off!
La mano umana e il suo istinto per la luce ed i colori... E' così che funziona! Non serve solo una semplice reflex! E' ben altro... Cuore, passione... Ebrezza!

Steampunk

Tempo fa accennai due parole sul genere Steampunk. Ebbene, cos'è lo Steampunk?
Bé, prendete un'epoca storica diversa dalla nostra e introducetevi una tecnologia avanzata o addirittura futuristica. Il mix è, appunto, lo Steampunk.
Col tempo, tuttavia, il genere è andato maggiormente delineandosi. L'epoca storica più utilizzata è il XIX secolo (o, in alternativa, i primissimi anni del XX) e l'ambientazione è quella descritta nelle opere di Charles Dickens, vale a dire l'Inghilterra Vittoriana con le sue celebri "due facce della medaglia": povertà assoluta e sfarzo sfrenato.
Steam, inoltre, è una parola inglese che significa "vapore". La principale fonte di energia nei romanzi/libri/fumetti/film Steampunk è, appunto, il vapore.
Ma come nasce questo genere?
Per scoprirlo dobbiamo fare qualche passo indietro.
Tutti voi conoscerete sicuramente i romanzi di Jules Verne. Alcuni, come Ventimila leghe sotto i mari, Dalla Terra alla Luna, Il giro del mondo in ottanta giorni ecc... sono diventati dei veri e propri romanzi cult per ragazzi (e non solo). Anche di Verne avrò modo di parlare in maniera più approfondita in un altro post; al momento mi limito a quanto la sua produzione (e quella di molti altri suoi contemporanei, primi fra tutti H. G. Wells) ha influito sulla nascita del genere Steampunk.
Verne scriveva romanzi di fantascienza, ma era uno scrittore ottocentesco. Essendo i suoi romanzi incentrati sulle future tecnologie e non sul futuro del nostro pianeta, l'ambientazione era, appunto, il presente dell'autore. Vale a dire l'ottocento.

Ecco perché i suoi romanzi (o quelli di H. G. Wells, autore - tra le altre cose - del primo vero romanzo di fantascienza: La Guerra dei Mondi) non possono essere considerati Steampunk.
Eppure, sicuramente, hanno dato manforte al genere.
Lo Steampunk è un genere molto noto nei paesi di lingua inglese. Decisamente meno in Italia, dove di Steampunk si è pubblicato davvero poco e quel poco è ormai rintracciabile solo sulle bancherelle di un mercatino o nella libreria di un collezionista. Un'eccezione recente è il romanzo di Scott Westerfeld Leviathan edito da Einaudi proprio quest'anno.
Lo Steampunk, inoltre, ha trovato collocazione anche nel campo dell'oggettistica e dell'arredamento. Molti sono gli "aggeggi" da collezione che interessano gli appassionati di tutto il mondo. Alcuni, devo ammettere, sono davvero interessanti.
Spero di poter recensire presto qualcosa di genere Steampunk... vedremo

Steam800 V.


V.


Il suo era stato il viaggio più lungo, stancante e… Gli aveva dato molto da pensare alla fin fine. Gear Wave Land, una città oltre i monti d’Oriente dell’URSS. Una piccola cittadina, dall’aspetto normalissimo… Vie parallele e perpendicolari, un sistema di comunicazioni semplice ed efficace. Pochissimi attrezzi a motore… Giusto qualche piccola locomotiva mercantile, ed agraria, ed in tutto si potevano ammirare qualche cavallo a sella a vapore e qualche albero Immortale. Gli alberi Immortali erano davvero rari, e al mondo se ne potevano contare pochi più di un centinaio. Degli alberi meccanici, rossastri ed arrugginiti, pieni zeppi di ingranaggi, pistoni e turbine sbuffanti fiotti di fumo smeraldino. Le fronde erano costituite da foglie metalliche, alle volte in bronzo, alle volte in stagno, alle volte in rame, con sfumature dal verde accesso al rosso sangue. Vivevano grazie agli oleodotti in disuso che avevano ormai rilasciato tutto il loro olio nel terreno e quindi ci si poteva tranquillamente aspettare di trovare uno di questi alberi nel bel mezzo di un canyon o di un deserto, come in Africa ad esempio, laddove dopo la quinta industrializzazione ormai di povertà non si poteva più parlare.
La loro utilità era sconosciuta a quasi tutte le persone presenti sul globo, tranne ad un gruppo di Folks chiamati Sumarai, e ad un gruppo di avanguardia ingegneristica, chiamato, Caschi Bianchi d’O9. Ogni anno gruppi sempre più cospicui si affrontavano per la supremazia ed il controllo sugli alberi, ma ormai nessuno quasi ci faceva più caso e si potevano tranquillamente notare, in pub, bar, taverne sperdute, due fazionisti opposti ormai in pensione prendere da bere e brindare insieme al loro futuro e al fatto che non gli avessero chiamati più ad uccidersi a vicenda.
Era così che funzionava da moltissime parti. I Folks venivano allontanati dalla gente comune nelle grandi città, ma nei piccoli paesini, lontani kilometri dalla civiltà, essi vivevano insieme come se nulla fosse, e i poteri di questi esseri venivano messi a disposizioni di quei piccoli centri abitati.
Gear Wave poteva contare una media di 3.000 abitanti di cui una decina di Folks, un centinaio di caschi bianchi e la parte restante di civili.
Una cittadina agricolo-commerciale, spensierata e senza problemi. Pur trovandosi in territorio Socialista, Gear Wave non era stata colpita dal periodo delle guerre, delle rivoluzioni Marxiste, e nemmeno dalle neo-rivoluzioni di ottobre e novembre. Era un bunker quella città, ed anche per questo motivo aveva visto aumentare il suo numero di abitanti, ogni anno del 15-17 per cento.


La lama ad ogni passo cigolava insistentemente nel fodero. Aveva una lunghezza di novanta centimetri, ma questo non era un problema del resto… Alex aveva una intelligenza fuori dal comune, una velocità impressionante ed una mira da brivido… John era capace di modificare qualsiasi sua parte del corpo, di dimensioni rendendola enorme ed alle volte meccanica… Slifer non era nulla senza la sua spada. Infatti, a differenza di quanti potessero pensare, e quindi provare a disarmarlo o roba del genere, rimanevano sempre sorpresi delle sue capacità.
La spada non poteva essere staccata dal corpo di Slifer a meno che lui non lo volesse o non la lanciasse e comunque una volta fuori il suo controllo non poteva essere usata da nessun altro se non da lui… Una bella capacità, anche se aveva molti difetti…
Un lungo cappotto perfetto stile vittoriano, pieno di bottoni e stringature in grigio scuro. Fin sotto le ginocchia. Dei pantaloni neri con bretelle e degli stivaletti a metà caviglia, del grigio sopracitato, un’antracite quasi.
I capelli lunghi stavano oscillando al vento e quasi sembrava intorno a lui esser calato l’inverno. D’improvviso…
Silfer era una persona fredda, con gli occhi color del ghiaccio, quasi bianchi con delle piccolissime pupille di una gradazione leggermente più accesa del celeste. Non che fosse austero… Indisponente… Solo che… Non aveva passato una vita del tutto facile, come del resto tutti i suoi compagni Folks di Londra.
Era stato rinchiuso in un monastero presso Trefford, in Hale Road, quando all’epoca era ancora tutta campagna.
Lo chiamavano deforme, storpio… Quegli occhi… E quella escrescenza per il fianco sinistro. Era stato definito un mostro, un aborto della società e così era stato mandato lì. “Le sorelle dell’ottocentesimo ingranaggio”, un nome particolare, per delle persone particolari… Del resto.
Crebbe isolato dal mondo, nessun contatto con l’esterno, una stanza buia, umida e maleodorante. Un piccolo letto, un giaciglio improvvisato per lo più, il tintinnio delle gocce insistente… Una piccola tazza in alluminio battuto scavata nel terreno, nella roccia, una bacinella con dell’acqua… Una scatola di legno a piè del “lavabo”, vuota del resto, ed una piccola bibbia, rilegata malamente e per lo più mangiata dalle tarme, quasi per metà… Anzi, una buona metà.
Isolato, mentre giorno dopo giorno continuava ad odiare sempre più quella strana protuberanza tubolare che gli pendeva per il fianco sinistro. Cercò disperatamente di strapparsela da dosso, ma più ci provava e più essa diveniva resistente. Giorno dopo giorno soffriva sempre più finchè, man mano ci fece l’abitudine fino al giorno in cui capì che, quella maledetta condanna, sarebbe divenuta anche l’unica chiave per la libertà, tanto sperata… Ogni notte, mentre il timido e gobbo Lampionaio passava ad accendere il lampione brillante fuori dalla sua finestra.
Una lama… Una maledettissima spada…
La tenne nascosta per anni quando un giorno…
Il Monastero delle sorelle dell’ottocentesimo ingranaggio, fu raso al suolo. Nessuna traccia di corpi, mura distrutte, terreni abbattuti… Nulla. Come se quel posto lì, non ci fosse mai stato.
Silfer scappò e si rifugiò a Londra, intento a cercar riparo. Fu uno dei primi… Fu accolto presto da William e la Mamma…


La direzione era stata scelta già da alcune ore di cammino, e non si voltò, né si fermò, mentre la gente stranita guardava attenta il forestiero. Fatto sta che lo trovò con facilità… Era enorme, possente, alberi così non ne aveva mai visti in vita sua, né a Londra né in nessun altro posto. Era abituato a viaggiare e molto spesso mancava dalla Mamma per mesi e anni interi addirittura.
Di un rosso ruggine tetro, smorto, lugubre, quasi tossico a vederlo da lontano. Pareva una di quelle vecchie cisterne di gas della vecchia industria oltre Flything Street. Una nebbiolina, quasi polvere, sottilissima, color amaranto e nero viaggiava tutt’intorno, tempestata qua e là da bagliori color verde smeraldo. Qualche ingranaggio, di notevoli dimensioni, ogni tanto spuntava dal terreno o dai possenti rami di lamiere e scarti ferroviari. Nessuna sapeva nulla di nulla di quegli alberi, nemmeno se nascessero così o meno, ammesso che qualcuno ne avesse visto nascere uno… Ecco… Nessuno.
Camminò per ancora qualche minuto, all’incirca una ventina scarsa, iniziò a scorgere delle figure tutt’intorno. Uomini alti e molto magri, orecchie lunghissime e a punta, facce e corpi ricoperti da un sottile strato di pelliccia, simile a quella dei gatti, ognuno di colore, diversa. Indossavano tutti quanti dei kimono o delle armature leggere in cuoio, o entrambe. Tutti portavano una coppia di katane a testa legate per un fianco, chi più lunghe chi più corte. Parevano agili. I loro movimenti però erano lenti e riflessivi, come se fossero stanchi… Avevano i capelli raccolti in code di cavallo alte, legate con dei nastri di vari colori e dimensione… Sumarai… Pensò subito Silfer, e ben presto i suoi pensieri, concordarono con la realtà effettiva.
Uno di essi infatti si avvicinò calmo e sorridente. Aveva il muso come quello dei felini, stesso naso e stessa bocca, per non parlare degli occhi e della pelliccia intorno alle guance e sul mento. I capelli erano lunghissimi e rossicci. Portava due normali ken, una katana ed un harakiri ken, un kimono grigio e bianco, una monospalla in cuoio e un pettorale in cuoio, oltre a cintura e schinieri sempre dello stesso materiale. La cosa particolare fu un’altra… Tutti, chi in una posizione del corpo chi in un’altra, avevano un ingranaggio di piccole dimensioni inciso a fuoco, sulla pelle.
- Salve! – esordì con una mano sull’elsa osservando la katana di Silfer.
Solo un cenno con la testa a mò di risposta, mentre il corpo seguì il movimento delle iridi scattando in avanti ed oltrepassando quella prima figura che ben presto non si fece attendere.
- Ehi! – Urlò più volte, poi si parò davanti a Silfer con uno scatto felino non indifferente.
L’altro lo osservò.
- Cerco il Sumarai di nome Tamahagane, e suo fratello Gassan… -
Un’altra volta lo oltrepassò, ma stavolta non si fece attendere l’uomo felino… Un sibilo leggero si sentì… Una spada stava uscendo dal fodero.
Silfer rise e tutt’intorno calò il silenzio. Tutti ad osservare, chi preoccupato e chi a scommettere, pronto a godere sulle disgrazie di uno dei due.
- Non lo fare…- Sussurrò il Folk.
L’altro non ascoltò e si lanciò urlando…
Pochi attimi e il Sumarai cadde in ginocchio con metà spada tra le mani. A qualche metro di distanza l’altra metà. Il ragazzo dai capelli argentati rifoderò la spada e continuò a camminare tra la folla.
La direzione era stata scelta, e non si voltò, né si fermò, mentre la gente stranita guardava attenta il forestiero.
Non si fece attendere un felinide con degli enormi denti a sciabola fuori dalla bocca, logori e consumati, spaventosi… Alto più di due metri e venti osservò per qualche attimo il ragazzo… Gli sorrise e gli rifilò una terribile pacca sulla spalla destra, alla quale non reagì.
Portava una grande armatura in cuoio, da vecchio shogun, dei capelli lunghissimi, enormi, sciolti lungo la schiena color cenere, e aveva dei grandissimi occhi dorati.
- Da questa parte Folk!- Urlò conducendo il giovane all’interno del grande albero, oltrepassata la grande porta di lamiere arrugginite e grandi ingranaggi.
Sbuffò del vapore, finchè i due non furono dentro.
Un stridere di leve e cingoli mal oleati, arrugginiti ed infiacchiti dal tempo fece vibrare paurosamente i sensi del ragazzo che non fece notare a nessuno il suo stato, mentre rifletteva a come i Sumarai sopportassero quel rumore, e a cosa ci potesse essere dentro quell’albero gigantesco.
Della nebbia riempiva quella, che dall’aspetto non molto riconoscibile, pareva una grande sala circolare, cilindrica, alta più di duecento metri. Corridoi a spirale salivano per tutto il perimetro di quella grande fabbrica, o almeno così capì il Folk, osservando le centinaia di persone affrettarsi, lavorare, sudare, sporcarsi e farsi del male, urlare, imprecare, osservare e sbuffare, osservando l’orologio che ancora segnava le dodici del mattino… La cupola era grande e lucente e quei corridoio a cielo aperto sembravano portare in un altrettanto grande stanzone… Osservò tutto con estrema attenzione, pensando ad ipotetiche vie di fuga nel caso in cui le cose si fossero messe male, e analizzando il fine ultimo delle attività di quelle persone, in fin dei conti pochissimi erano Sumarai, in quella specie di fabbrica. Fatto sta che attento e silenzioso seguì per i lunghi corridoi a spirale quel gigantesco essere dai denti a sciabola che presto non tardò a presentarsi.
- Il mio nome è Ludwig di Colonia piccolo Folk! –
Urlò, per sovrastare il rumore di metalli pressati e battuti, stridii di inceneritori e vari cingoli per il trasporto merci.
Silfer non rispose, si limitò ad osservare dritto dinnanzi a sé.
- Potresti almeno presentarti Londinese! Non credi? –
Urlò più forte Ludwig passando di fianco ad un inceneritore.
- Silfer…-
Fu la risposta, dopodiché tacque, continuando a guardare il sentiero dinnanzi a lui che sempre andava riducendo la distanza con quella grande stanza in cima.
- Silfer eh! Bel nome per un londinese! Pensavo che tra di voi ci fossero solo qualche John e Jack mischiati casualmente! –
Il leonino gigante rise a crepapelle, e notò una leggera risata malinconica al pronunciare il nome di John. Se ne accorse ma preferì tacere per il momento, senza sporsi troppo… Non era compito suo del resto.
I discorsi si interruppero e non molto lontani dalla grande soffitta, Ludwig si fermò porgendo il palmo ad indicare una piccola porta in legno.
- Puoi attendere qui finchè non sarai convocato…-
La mano pelosa, con sole quattro dita, scattò alla maniglia aprendo la porta e mostrando la stanza.
Silfer fece un inchino col capo ed entrò controllando che la porta dietro di lui non si chiudesse a chiave, bloccandolo all’interno. Non successe nulla. Nulla di nulla, mentre le glaciali iridi si scorsero intorno osservando un normalissimo, e alquanto strano, in quell’ambiente tanto austero all’eleganza, un piccolo salottino in perfetto stile inglese, con tanto di caminetto, tavolino, poltrone, sigarette, ed un intero servizio da tè già pronto per due persone.
Lo sguardo scattò di lato subito ed una mano all’elsa. Una tazza era fuori posto e fumava ancora.
Un cigolio lieve, quello della spada nel fodero mentre un uomo da una statura media osservava fuori da un piccolo oblò il paesaggio ammirabile da quell’altezza.
- Tranquillo…- Sussurrò mentre tra le sue labbra stava fumando una storta ed umida sigaretta. – Sto attendendo anche io come te un colloquio…-
Silfer si rilassò.
L’altro era un uomo normale all’apparenza. Dei lunghi capelli biondi fin sotto la nuca. Un paio di occhi azzurri. Un’armatura medievale da cavaliere, senza elmo ed una spada ed una daga, una per un fianco una per un altro, mentre leggero a tracolla ondeggiavano faretra e arco.
Stranito lo osservò con attenzione. Aveva un volto pulito, con un leggerissimo accenno di barba, semi rossiccia, ed una piccola cicatrice sotto l’occhio sinistro.
Il Folk si portò stanco in un angolo al quale vi si appoggiò delicato ritraendo una gamba a modi cavalletto. La katana strisciò il muro ed il rumore provocò la pelle d’oca al ragazzo…Un brivido lungo le braccia e lungo la schiena.
Il cavaliere tossì e si voltò andandosi a sedere ad una poltrona. Tolse prima arco e faretra. Poi daga e spada, posandoli di lato vicino allo scranno. L’armatura cigolo un po’, e per un attimo risplendette illuminata da un raggio proveniente dalla finestra.
Spense con delicatezza la sigaretta dentro ad un posacenere, e prese, piano, con paura, quasi di distruggere qualcosa, la teiera. Versò il tè in due tazze ed una la portò alle labbra.
- Avrei preferito del cappuccino e dei cornetti alla crema… Il tè mi fa schifo, ma è l’unica cosa che danno qui… -
Silfer non diede molto adito alle parole dell’altro e per tutto il tempo continuò a fissare la legna scoppiettare.
- Sono italiano…- Soffiò sulla tazza. – Mi chiamo Vandaro…- Fece una piccola pausa, sorrise.
- Italia poi… Parlo delle colonie del vecchio Re di Napoli, distribuite in tutto l’oriente ed il sud… Sono cavaliere di Suà Maestà, la Regina Clara De Schia…- Un sorso lungo per poi stringere i denti in una smorfia di dolore quasi, per il calore di quella bevanda. – Voi invece? Sareste? –
Silfer lo osservò impassibile. Non si mosse e rispose con sufficienza.
- Silfer… -
- Tsk… - Rumore gutturale di sdegno e impazienza, poi Vandaro sorrise. – Che nome del cazzo!-
Le labbra dell’italiano di portarono nuovamente alla tazza quando un sibilo tagliò l’aria e quest’ultima cadde per terra. Solo il manico rimase tra le mani dell’uomo che sgranò gli occhi e quello che poi potè sentire fu solo un rifoderare di spada. Sospirò.
- Non penso tu sia umano… - Poggiando il pezzo di ceramica sul tavolino.
- Avete al cospetto un lurido Folk… Né cavaliere, né regno, né colonie, né re e regine…-
Vandaro sgranò nuovamente gli occhi mettendosi a ridere. Poi tossì per qualche istante prendendo un’altra sigaretta dal tavolino.
Schioccò due dita ed una fiamma accese la sigaretta.
Silfer si stupì, ma non lo diede a vedere, sorrise solamente.
- Non sei l’unico ad avere dei doni ragazzo… -
Silfer stava per aprir bocca quando la porta si spalancò e vi entrò un uomo bassino dalla lunghissima barba, anch’egli un Sumarai. Anziano e posato su di una katana a modi bastone. Tossì un paio di volte ed osservò i due.
- Spero il soggiorno sia stato di vostro gradimento signori… - Osservò la tazza per terra. – A quanto vedo vi siete già presentati… Bene… - Sospirò. – Non dovrò faticare nel farlo io allora.-
Fece cenno con la mano di seguirlo. I due immediatamente si sollevarono discostandosi dalle loro postazioni e si posizionarono affiancati dietro al vecchietto, che con andatura molto lenta stava dirigendosi verso la grande sala circolare, sul tetto dell’albero.

Steam800 IV.


IV.



Rimani sveglio… Rimani sveglio… Rimani sveglio porca puttana. Ombre nel buio… Lo sguardo frenetico. Le iridi celesti scrutano ogni dove senza captare alcunché. Sudore. Respiro affannato. La corsa lo aveva devastato, era sfinito, in un angolo. La mano destra stava vibrando copiosamente, quasi schizofrenica. Nessun suono, rumore, odore… Percezioni assenti in un nero più totale, intorno.
Respira… Respira… Non esistono. Allucinazioni… Aveva detto erano solo allucinazioni…
La scia di sangue gli rigava il braccio destro imperlando le dita. Tracce ovunque del suo passaggio. La pelle era divenuta chiarissima, inconsistente quasi. Tremava, spaventato, ma pensava. Era l’unica cosa che gli era rimasta. I sensi erano andati a farsi fottere, e lo sapeva. Muoversi era una pessima idea… Non sapeva dove fosse, o meglio, in che zona di quella città… Paese…
Merda! Questo posto è solo merda! Una fottutissima realtà parallela! Nulla è reale… Nulla…
Chiuse le iridi per qualche istante e cercò di concentrarsi di più sull’udito.
Nulla… Nulla di nulla… Un dolore lancinante alla spalla. Un taglio molto profondo lungo una ventina di centimetri.
Qui non conto un cazzo… Cazzo il braccio!
Una smorfia di dolore un sospiro sibilato a denti stretti. La vista, ammesso che quella fosse tale, stava annebbiandosi lentamente… Ma in maniera sempre più pronunciata.
Una luce fioca davanti a lui… Una piccola e tonda lanterna… Una luce verde… Un odore di vaniglia fin sopra le narici. Al cervello. Voci tutte intorno. Ruggiti. Ruggiti. Ruggiti!
- Zitti! –
Una voce e poi una piccola risatina.
- Zitta anche tu Fattona!!! Così morirà…-
Un’altra voce più bassa e dolce, ma con una lieve connotazione isterica e tremolante.
- Da’ Ià! Lasciatelo stare… Ora si riprende…-
Un’altra? Un’altra… Un accento stranissimo… Tutto questo stava iniziando a non avere più senso… Le voci. Il dolore. Che poi… Come era riuscito a provocarsi una ferita del genere?! Non ricordava e più si sforzava di farlo e più non riusciva a trovare conclusione… Non è che non ricordasse poi. Ricordava, ma cose che non avevano senso. Lui che camminava mano per la mano ad un polipo verde, felice… Un attimo dopo, ricordava di aver mangiato un palloncino rosso. Era stato un pesce con degli artigli, e subito dopo nella bocca di un elefante in mezzo ad una enorme quantità di paglia mischiata a vomito… Era stato ingoiato ma quello non sembrava lo stomaco di un elefante, tutt’altro, anzi. Un salotto caldo di una casa… Una caffettiera gli aveva chiesto se volesse del caffè… Lui aveva detto di sì, spaventato. Allora la caffettiera aveva iniziato a versare il proprio contenuto, del caffè vero e proprio in una tazzina che intanto gli era comparsa in mano… Mentre lo faceva aveva iniziato a gridare per poi cadere per terra inanimata… Aveva finito per gettarsi il caffè sulle scarpe nuove. Nuove? Come faceva a saperlo! Erano delle scarpe! Punto! Aveva osservato quell’essere che prima, qualche secondo prima gli aveva offerto da bere, ora morto… Se così si potesse dire di un oggetto senza vita. Lì per terra… Ne aveva aperto il coperchio ed era stato catapultato in un universo completamente diverso. Era in un ufficio… Nell’uffico di uno scrivano… Lo studio si chiamava Melville… Lo studio si chiamava Melville? Ma se era già dentro! Come faceva a sapere si chiamasse proprio Melville?! Mah… Lo sapeva e basta! Punto! Ma ora era tornato alla realtà… Aveva visto per un istante la porta d’ingresso di una libreria. Grande… Bella… Calda… SOGNAL… Era riuscito a leggere solamente ma poi l’immagine era subito cambiata… All’istante… Come migliaia di fotogrammi diversi. Ma ora l’allucinazione pareva costante. Era tutto buio… Buio e solo buio… Perché? Cosa significava tutto quello?! Era diventato pazzo? Ricordava solo una cosa…Ecco! Urlò nella sua mente.
Un rumore di chiavi… Un tintinnio lontano. Le voci si zittiscono e di nuovo ricompare quella libreria enorme davanti.
Un uomo non molto alto… Un pizzetto davvero singolare…Un essere rachitico e con le gambe avvizzite…
- A lavoro! Tornate a lavoro! E’ arrivato un nuovo cliente! Silenzio!-
Rumore di passi che corrono via per poi smettere.
- Dai sta buono…-
Le chiavi vengono zittite…
Una grande… Anzi, enorme donna dai capelli lunghissimi… Fino ad arrivare ad i suoi piedi. Biondissimi e riccissimi. Degli occhi azzurri, spettacolari.
Pelle chiarissima e gote un po’ più rosee. Osserva il ragazzo sorridendo. Era vestita di un grande lanone grezzo blu, quasi nero, con una grande M stampata all’altezza del cuore… La stessa S dell’insegna fuori… Sognal… Sognal… Non riusciva proprio a ricordare, anche sforzandosi.
Diventa tutto buio intorno… Tutto scompare… Tutto tace.
Stop cerebrale.



Luci lontane lo svegliarono. Saranno state all’incirca le undici del mattino. Alquanto tardi rispetto al suo standard. Era indolenzito e ancora stanco. La vista ci mise un po’ ad abituarsi, ma poi mise a fuoco ciò che avesse intorno. Librerie su tutti i muri, piene di libri suddivisi per categoria, genere, ordine alfabetico… Un buon caldo. Una buona illuminazione interna. Un odore di libri non indifferente. Dei passi… C’era del parquet per terra… Non lo aveva visto ma dai passi poteva ben distinguere il materiale della pavimentazione.
- Si è svegliato…-
Una voce nella quale riconobbe quella isterica ma dolce, poi spostò lo sguardo sulla ragazza. Era solita grattarsi una spalla con una mano, era timida ma faceva di tutto per non lasciarlo vedere. Dei capelli neri, un piccolo caschetto… Anche lei aveva un maglione enorme di lana blu… Ma a maniche corte… Dei bracciali variopinti le cascavano dal gomito ai polsi facendo rumore ad ogni movimento. Aveva dei bei occhi ed un nasino particolare… Non grosso ma molto tondo. Era bassa, anzi, piccolina… Dallo sguardo dolce ma leggermente isterica nei movimenti.
Strofinò gli occhi e la mise a fuoco perfettamente, rimase fermo per qualche istante… Poi qualcosa lo riportò alla realtà… Subito andò a toccarsi il braccio… Niente bende… Niente sangue… Nulla di nulla. Rimase stupito quando poi ricevette uno schiaffo dietro la nuca, bonario, senza forza.
Si voltò e vide un’altra ragazza… Piccolina… Anche se ci mise un po’ a capire di che sesso fosse. Aveva una pipa multicolore tra le labbra e ad ogni tiro delle bolle di sapone però fatte di fumo, di color rosa gomma da masticare, fuoriuscivano andando poi a svanire arrivate in alto… Come del vero e proprio fumo. Aveva i capelli corti… Tigrati ed un maglione di lana grezza Lunghissimo… Maniche e tutto… Gli cascava fin sotto i piedi ed aveva una fila di bottoni, verticale, a differenza degli altri… Aveva delle enormi orecchie a punta… Davvero davvero enormi… e… Davvero davvero a punta.
- Bentornato tra noi CARO! –
Si allontanò, e il giovane la seguì con lo sguardo… Aprì una porta dalla quale prese dei cartoni… Delle grandi scatole ripiegate di cartone… Gli si sedette poi di fianco ed iniziò a sgranocchiarli.
- Non mi va di gettarlo… Te ne va uno? –
Fece di no con la testa e la sua attenzione si spostò su un’altra figura in fondo… Era vicino ad un motore… Una macchina da scrivere a motore… Aveva di fianco una decina di pile di libri alte quanto lui.
- Ma Ià! Tutti a me sti libbbri?! Ma pecchè li devo sistemà tutt’io?-
Nessuno ci fece caso e la piccola folletta dalle orecchie lunghissime gli lanciò un pezzo di cartone intimandolo di smetterla di lamentarsi.
Si zittì subito… Diciamo… Continuò comunque a borbottare…
Era abbastanza alto, un po’ goffo… Una corporatura normale. Sarebbe stato identico ad un londinese se non fosse stato per la sua faccia…
Aveva la faccia al contrario… La bocca al posto della fronte e così via. Pochissimi capelli rasati, neri, chiazzati qua e là con del grigio.
- E’ nuovo tranquillo… Non lavora qui da molto… -
La nana con le orecchie a punta disse per tranquillizzarsi. Poi continuò a parlare.
- Comunque… Piacere. – Allungò la mano destra dopo aver ingoiato un altro pezzo di cartone.- Mi chiamo Luika… -
Il giovane stranito allungò la mano sollevandosi dal divano arancione su cui era stato disteso.
- John… Piacere mio…-
Luika sorrise e poi indicò la ragazza bassina e dolce, che come solito stava grattandosi la spalla destra.
- Lei è Anne… Lasciala perdere è pazza…-
Anne puntò i piedi per terra diventando subito rossa… Accortasi di ciò voltò subito la faccia nascondendola tra le mani. Luika rise ed anche sul volto di John si aprì un mezzo sorriso.
Poi si sentirono dei rumori di chiavi… Aprire una porta, di fianco a quella porta dove la folletta aveva preso quei grandi cartoni e che ora pareva avesse finito di mangiare, infatti aveva ricominciato a fumare e a ridere come un’ebete.
L’uomo con la faccia al contrario si spaventò e subito prese una pila di libri ed iniziò a sistemarli in alcuni scaffali freneticamente. Anne sorrise dolcemente, ed anche istericamente.
- Tranquillo Robb!- Disse con flemma incredibile Luika. – E’ solo Max! –
Un uomo non molto alto, con degli occhi piccolissimi uscì da quella porta con le chiavi appese al collo. Sorrise al resto della compagnia. John riuscì ad intravedere dentro quell’altra stanza… Radici enormi spuntavano ovunque, e dalle radici spuntavano innumerevoli ingranaggi rossi ed arrugginiti.
Aveva delle gambe magre e piccole, un addome tale e quale… La testa anche era piccola, ma era di una dolcezza e serenità unica… A guardarlo ci si sentiva meglio.
A differenza però di tutto il resto del corpo, le spalle, il petto e le braccia erano muscolosissime! Enormi, sproporzionate… Per questo la vestibilità del suo maglione era abbastanza particolare. Gli arrivava fin l’ombelico, ed era a collo alto… Strettissima, attillata sul resto del corpo.
E la solita S grande e rossa stampata sul cuore.
- Ciao Fanciullo…- Proferì Max andando verso la porta scorrevole d’ingresso. – Ci si vede domani alla stessa ora…-
L’uomo sparì, andando via. John lo seguì con lo sguardo e subito si alzò scattando verso la porta. Con gran forza la aprì, sentendosi inghiottito da un nero e denso nulla, rientrò.
- No! – Urlò Anne nascondendo poi il volto.
- Io ti consiglierei di non farlo… Non ora almeno…- Lo osserva silenziosa, sollevandosi e andando vicino ad una specie di bancone all’ingresso… Una specie di cassa, molto simile a quelle nei negozi di Londra. O meglio, dei negozi della città Alta…
- Abbiamo il permesso di andarcene solamente all’una e mezzo, e la sera… Alle otto e mezza. Quindi rimani qui, rilassati e goditi qualche libro, e se hai da chiedere chiedi pure, ma non ora… Devo scrivere una cosa… - Da un cassetto sotto la cassa, di metallo arrugginito, estrasse una piccola confezione bianca di tabacco. Posò la pipa. Prese poi delle cartine e dei filtri di spugna. Prese del tabacco ed iniziò a rollare… A farsi una sigaretta.
John si toccò le tasche dell’impermeabile… Erano vuote. Lo tolse e lo posò su di una ringhiera all’ingresso vicino la porta scorrevole.
- Merda! – Imprecò.
- Pst!- Un bisbiglio. Luika lo aveva chiamato. – Tieni!- Gli lanciò una sigaretta. – Carimen fa così con tutti i clienti… Gli deruba, diciamo, ma poi gli restituisce tutto… Gli piace solo vedere cose nuove tranquillo. –
- Grazie…- Sussurrò John, prendendo la sigaretta al volo. Portandola alla bocca si diresse verso Robb. Gli diede una pacca sulla spalla e facendo segno di volere d’accendere non fece neanche in tempo a parlare che quelli si voltò spaventato andando a sistemare dei libri dalla parte opposta della libreria.
- Mah…-
Sbuffò e i suoi occhi si portarono su Anne che piccola piccola stava guardandosi i piedi, grattandosi come al solito la spalla.
La ragazza sollevò lo sguardo e spaventata stava per andarsene quando John la rassicurò.
- Calma! Calma… Voglio solo un accendino… Se non è chiedere troppo…-  Il ragazzo posò una mano sulla spalla della ragazza che divenuta rossa prese subito fuoco.
Rimase subito stranito ma dopo pochi secondi si sporse con la sigaretta e la accese.
- Non era quello che cercavo… Però… -
John si sedette per terra mentre Luika, vedendo tutta la scena sorrise più volte. Non si preoccupò della fiamma umana al suo fianco ed iniziò a riflettere su cosa fosse successo… Cosa significasse e perché… Non riuscì a trovare risposta, e, del resto, l’idea di trovarne lì sarebbe stata davvero ardua e dura. Qualcosa gli diceva di dover trovare la signora enorme… Che non sapesse perché gli veniva di chiamarla Nonna… Pareva legato a lei, ma pensava fosse qualche strano incantesimo di Warlied. Ammesso che quella fosse Warlied. In effetti non sapeva nulla. Come ci fosse arrivato, nulla. Sapeva che la città di Warlied era nei pressi dell’irlanda del Sud, ma nessuna mappa riportava l’ubicazione precisa. Non ricordava neanche con chi avesse traversato il mare… Rimaneva lì… Convinto di dover cercare la donna dai lunghi capelli ricci d’oro.
Ad un tratto i suoi pensieri furono interrotti da una mano posata sulla sua spalla.
Era Anne che gli stava sorridendo bonariamente.
- Vuoi… Leggere qualche libro nel frattempo? – Una voce bassa e timida, molto invitante, ma da metter i brividi, per il sottile isterismo che si riusciva a cogliere… Isterismo poi… Ansia… Una maschera… Aveva difficoltà a rapportarsi con le persone in maniera più intima che di un normalissimo ciao… Tutto qua.
John sollevò il capo sorridendole, e scosse la testa in segno di dissenso.
- Preferirei di no in questo momento… Ma puoi comunque aiutarmi se vuoi…-
Anne divenne rossa e il ragazzo la invitò a calmarsi.
- Dimmi…- Balbettò.
- Chi siete? Cioè… Cos’è questo posto? Tutti quei nomi… Non capisco più nulla… Una libreria poi? E come si chiama? Dove sono? – Un sospiro mentre gli occhi di Anne avevano un non so che di interessato e dolce allo stesso tempo.

Steam800 III.


III.



-I miei ricordi sono molto confusi. Dubito persino dove comincino, perché a volte ho la sensazione che alle mie spalle si snodi una teoria d'anni mostruosa, mentre, in altre occasioni, mi sembra che il presente sia un punto isolato in una grigia e informe infinità. Non sono neppure sicuro del modo in cui sto comunicando questo messaggio. Sono cosciente del fatto che sto parlando, ma ho la vaga impressione che per sopportare il carico delle mie parole e farle giungere dove voglio, sia necessaria una strana e forse tremenda mediazione. Anche la mia identità è incerta in modo sorprendente. A quanto pare ho sofferto uno shock violento, forse la mostruosa conseguenza di uno dei miei cicli d'esperienze incredibili e straordinarie.
Esperienze che, naturalmente, hanno tutte origine in quel libro divorato dai parassiti. Ricordo quando lo trovai, in un posto fiocamente illuminato presso il fiume nero e oleoso dove sempre turbina la nebbia. Era un luogo molto antico, e gli scaffali pieni di volumi incartapecoriti che arrivavano fino al soffitto si succedevano all'infinito in una teoria di alcove e stanze interne senza finestre. Inoltre, sul pavimento e in certi rozzi contenitori c'erano informi mucchi di libri: proprio in uno di quei mucchi trovai il mio. Non ne ho mai conosciuto il titolo, perché mancavano le prime pagine, ma cadendo si aprì verso la fine e mi permise di dare un'occhiata a qualcosa che fece vacillare i miei sensi.
Era una formula, o meglio un elenco di cose da dire e da fare, che riconobbi come sacrilega e proibita; qualcosa di cui avevo già letto in passato nelle pagine furtive e colme d'orrore - misto a fascinazione - di alcuni dei misteriosi e antichi esploratori dei segreti meglio custoditi dell'universo, nei cui tomi sgretolati amavo sprofondarmi. Era una chiave, una guida verso determinate porte e determinate transizioni di cui gli occultisti hanno sognato e sussurrato fin dagli albori della specie, e che avrebbero permesso di giungere all'affrancamento dalle tre dimensioni della vita e della materia che noi conosciamo, scoprendo la realtà oltre di esse. Da secoli nessun uomo ricordava più il segreto essenziale di quel processo né sapeva dove trovare il libro, che era molto antico. Non era stampato, ma ricopiato a mano da un monaco semi-impazzito che aveva trascritto le sinistre formule in latino in un corsivo di spaventosa antichità.
Ricordo il ghigno del vecchio e il suo risolino: e quando portai via il libro fece un segno misterioso. Aveva rifiutato di farselo pagare, e solo molto tempo dopo capii il perché. Mentre mi affrettavo a casa attraverso le stradine tortuose e soffocate dalla nebbia del porto, ebbi la spaventosa impressione di essere cautamente seguito da qualcuno che aveva il passo morbido e vellutato. Le case vacillanti e vecchie di secoli su entrambi i lati della strada parevano animate da una nuova e tremenda malvagità, come se un canale fino a quel momento chiuso si fosse aperto all'improvviso, con- sentendo la comprensione del male. Avevo l'impressione che le pareti delle case e, più in alto, gli abbaini di mattoni sgretolati, intonaco e legno ammuffiti, e le finestre a piccoli rettangoli che ghignavano come occhi furtivi, non potessero fare a meno di avanzare verso di me e schiacciarmi... Eppure, prima di chiudere il libro e portarmelo via, avevo letto solo un frammento della sacrilega formulazione.
Ricordo che alla fine lessi il volume da cima a fondo, pallidissimo e chiuso a chiave nella mansarda che da tanto tempo avevo dedicato alle ricerche misteriose. La grande casa era silenziosa, perché mi ero ritirato dopo la mezzanotte. Penso di aver avuto famiglia, a quell'epoca, ma i particolari sono incerti; so che c'erano molti servi. Non posso dire che anno fosse, perché da allora in poi ho conosciuto molte epoche e molte dimensioni, e la mia nozione del tempo si è dissolta e ha dovuto essere riformulata. Leggevo a lume di candela (ricordo l'incessante sgocciolìo della cera) e ogni tanto si sentivano battere le ore in qualche campanile lontano. Seguivo con molta attenzione il suono delle campane, come se temessi di sentire all'improvviso una nota più lontana e sinistra.
Poi cominciai a sentire qualcosa che grattava e picchiava alla finestra della mansarda, che s'apriva alta sui tetti della città. Avvenne mentre intonavo ad alta voce il nono verso della prima strofa, e con un brivido capii di cosa si trattava: colui che oltrepassa una soglia ottiene la compagnia di u- n'ombra e non potrà mai più essere solo. Avevo compiuto l'evocazione, e il libro non era l'unica cosa che mi avrebbe risposto. Quella notte oltrepassai la soglia di un vortice temporale distorto, e anche la mia vista cambiò; quando nella mansarda spuntò il mattino vidi alle pareti, negli scaffali e nelle alcove ciò che non avevo mai visto prima.
Da allora in poi non potei più vedere il mondo come lo conoscevo. Me- scolato alla scena del presente c'era sempre un po' di passato e un po' di fu- turo, e gli oggetti un tempo familiari sembravano estranei nella nuova prospettiva di una vista più ampia. Mi muovevo in un fantastico sogno di forme sconosciute o semi-conosciute; e ogni volta che superavo una nuova soglia era meno facile riconoscere gli oggetti della sfera ristretta alla quale ero stato per tanto tempo incatenato. Ciò che vedevo intorno a me non l'ha mai veduto nessuno; mi feci ancora più altero e silenzioso, perché non pensassero che fossi pazzo. I cani mi temevano, perché fiutavano l'ombra estranea che non lasciava mai il mio fianco; leggevo ancora molto, in libri occulti o dimenticati e in pergamene cui la mia nuova vista consentiva l'accesso; oltrepassavo sempre nuove soglie dello spazio, dell'essere e della vita, verso il centro del cosmo ignoto.
Ricordo la notte in cui preparai sul pavimento i cinque cerchi concentrici di fuoco e rimasi in quello centrale, cantando la mostruosa litania rivelata da un messaggero della terra dei tartari. Le pareti si dissolsero e un vento nero mi trascinò in abissi grigi, senza fondo, mentre a diversi chilometri sotto di me apparivano le guglie simili ad aghi di montagne sconosciute. Dopo un po' ci fu il buio completo e poi la luce di migliaia di stelle disposte in costellazioni straordinarie, estranee. Alla fine sotto di me apparve una pianura immersa in una luce verde, e su di essa vidi le torri contorte di una città costruita come nessuno mai ha visto, letto e neppure sognato. Mentre mi avvicinavo alla città, fluttuando, vidi un grande edificio squadrato, di pietra, in mezzo a uno spazio aperto; un'orribile paura s'impadronì di me. Urlai e cercai di lottare, e dopo aver perso i sensi per un certo intervallo mi ritrovai nella mansarda, steso in mezzo ai cinque cerchi fosforescenti tracciati sul pavimento. Nel viaggio di quella notte non avvennero cose più strane di altri viaggi in altre notti, ma il terrore fu maggiore perché sapevo di essere più vicino agli abissi e ai mondi esterni di quanto fossi mai stato prima. In seguito fui più cauto coi miei incantesimi, perché non volevo essere strappato al mio corpo e dalla terra, ed essere scagliato in abissi sconosciuti da cui non avrei più potuto fare ritorno.-
La stanza era strana e abbastanza buia. Un odore di muffa e tarme, e polvere pesante era ovunque… Pestilenziale quasi… Ma anche rilassante. Era il classico odore delle vecchie biblioteche andate in disuso dopo l’avvento della guerra… Perché poi era questo il motivo principale. C’era ben altro a cui pensare e nessuno voleva soffermarsi ormai più sulla lettura. La cultura era così diventata un vezzo per gente ricca… Mercanti, Generali in pensione, nobiltà decaduta… Borghesi viaggiatori e pazzi sognatori. Quei pochi che ancora osavano leggere, che non fossero ovviamente giornali partitici di ingegneria e meccanica, erano malvisti. Venivano emarginati… Folkizzati quasi… E per questo erano perfetti alleati per i Folk. Ovviamente nessuno avrebbe mai sospettato dei Bibliotecari… Figurarsi...
Erano creature strane… Silenziose e taciturne. Abituati a vivere tra le ombre delle loro biblioteche, contornati solo da sporadiche candele ad olio di Lino, col passare degli anni avevano adattato il loro corpo all’ambiente in cui si erano calati. Le loro schiene erano ricurve, i corpi sottili ed alti, braccia lunghissime e gambe corte… Quasi quanto la distanza tra bacino e ginocchio. I loro capelli avevano colorazioni alquanto singolari e tra la gente erano facilmente riconoscibili anche per questo.
Le loro chiome quasi sempre lunghissime e con tagli strani alle volte, come dred o trecce di singolari dimensioni, avevano il color della cenere… Ma non un semplice biondo cenere… Più che altro la cenere dei tabacchi Winston… Ecco sì! Le gradazioni e le intensità erano ovviamente molteplici, ma non si discostavano molto tra di loro.
Gli occhi, se così si potevano chiamare avevano subito uno strano cambiamento. Le iridi infatti non superavano la grandezza di un’arachide. Le pupille somigliavano molto a dei chicchi di pepe color dell’ambra o dell’amaranto… Gradazioni anche queste varie. Infine erano soggetti ad invecchiare prima rispetto al normale, infatti i loro corpi erano interamente ricoperti di rughe profonde come canion… Pelle flaccida e cascante, come quella di alcuni particolari cani di origini cinesi.
Seduto ad una lieve distanza osservava Alex, dall’alto del suo scranno dopo aver parlato. Stava soppesando il suo aspetto, i suoi gesti, ogni suo minimo movimento…
Alex era impassibile, ma dalla sua espressione, per quanto fredda fosse, si notava subito una leggera scia di divertimento mista ad eccitazione.
Era passato qualche tempo da quando aveva pescato quel biglietto… E tutt’ora andava chiedendosi se fosse stata davvero una fortuna. Gruda Sin era una città relativamente grande, prevalentemente meccanica e completamente libera… Una città errante. Provvista nel vero senso della parola di quattro zampe ed un sistema di contropesi e bilanciamenti idraulici in modo da non far risentire gli abitanti del movimento colossale di quella città-creatura. Un miracolo della scienza e della tecnica, della fisica e perché no! Dell’arte! Un’arte particolare, e chi avesse in mente bellezza e perfezione… Beh non è l’arte cardine di Gruda Sin… Una pazzia di forme e colori… Un’oppiacea miscellanea di fumi multi sfumatura… Stridii meccanici oleati, eleganti e sordi visti in un’ottica di originalità ed esuberanza.
A molti pareva un’enorme testuggine dai mille volti. Antichi Folks la progettarono nei tempi antichi del carbone… Del carbone Puro… Del Carbone Steam. La città nacque come rifugio… La chiamavano Asylium a Londra, ma il suo vero nome era e rimarrà Gruda Sin…
Raramente la città si faceva vedere, e non osava quasi mai avventurarsi in zone con alta densità di popolazione come Londra o Manchester, le uniche due città ormai rimaste intatte dopo il passaggio delle guerre.


Alex smise di osservarlo solo per calare una mano in tasca ed estrarre una sigaretta spiegazzata e logora. Posò gli occhiali a mille lenti e tra le dita di metallo della mano, dell’Automade, tenne la sigaretta per qualche secondo per poi portarla alla bocca.
Il Bibliotecario continuava ad osservarlo insistentemente, senza però neanch’egli mostrare emozioni. Chiunque vedendo da lontano o da ora la scena avrebbe pensato che entrambi avessero qualche problema… Ma il difetto degli inventori era quello. Le parole erano poche, e servivano solo ed esclusivamente a spiegare ad altre persone determinati fatti. La parola era impiegata solo come mezzo esplicativo… Nessuna oratoria… Nessun diletto… Nessuna poesia… Pura essenzialità.
Il ragazzo sorrise e accese la sigaretta in un batter di ciglia…
- Il libro Joeffry… Il libro… -
Portò una mano a grattarsi la fronte mentre le parole permettevano al fumo di fuoriuscire.
Il vecchio Bibliotecario dalla pelle olivastra e ormai quasi senza più neanche un capello sbadigliò.
- A che ti servirebbe? Niente formule… Niente schizzi… Niente schemi… -
Venne interrotto quando Alex tossì ripetutamente.
- Indizi Joeff… Sono davvero l’unico in questo fottuto mondo a parlare della Steam800?-
Il ragazzo quasi nervoso sbuffò ed il fumo accompagnò quasi, le sue sensazioni ed il suo cambio d’umore, con le sue danze e le sue piroette.
poltrona.
- Anche se lo sapessi non te lo direi giovane Folk… La Steam800, non è qualcosa che puoi percepire, toccare vedere… Siete troppo portati a pensare questo voialtri… Quello che non capite, è che si tratta di qualcosa ben più grande di voi e della vostra immaginazione…-
Gli occhi rotearono perdendo la pazienza, che però tornò subito non appena fece un altro tiro alla sigaretta.
- Libertà qui significa vigliaccheria caro Joeff… Gli Ingegneri vogliono sottomettere l’inghilterra…  Dopo la scomparsa della Francia e della Germania sotto il livello delle acque, l’Europa sarà un prossimo bersaglio facile per loro… O credete davvero che potrete ancora fuggire? –
Il Bibliotecario rifilò un gran ceffone ad Alex, a cui volò la sigaretta.
Il massimo che seppe fare fu di portarsi una mano alla guancia raccogliendo la sigaretta da terra.
- Su Gruda ci sono provviste a sufficienza per due secoli interi! Armi a sufficienza per distruggere l’Europa! Noi non temiamo gli Ingegneri…-
Alex si sollevò dalla sedia sputando la sigaretta lateralmente alla conversazione.
- Ma temete pur sempre il potere della Steam800 o sbaglio?-
La domanda echeggiò in Biblioteca ed il Folk vi uscì senza problemi e senza dare uno sguardo indietro.
Dal vecchio non ci fu risposta e il fiato di quelle ultime parole si spense in quella vecchia candela sul davanzale.




Le strade erano affollate mentre Alex camminava grattandosi il capo con l’Automade. I capelli corti ispidi e dei semplici abiti vittoriani da popolano. Gli occhiali sulla testa gli occhi puntati sull’asfalto di breccia. Umido e lercio, ricoperto da un sottile strato di olio per macchine ad ingranaggi.
Alla cintura aveva legate decine e decine di sacche… Li aveva tutto quello che gli serviva. Kit per le emergenze, attrezzi di variotipo… Appunti… Taccuini… ed infine la sua pistola era legata per tracolla sotto il braccio destro.
Pensieroso camminò fino alla pensione che lo ospitava. Salutò il vecchio Richard e sua moglie Johanna… Proprietari di quella piccola bettola in centro…
Salì le scale ed arrivò davanti camera sua… 800…
Alex osservò il numero di camera…
- Che beffa…-
Sospirò per poi far girar la chiave in senso antiorario per aprire la porta. Scricchiolò il pavimento sotto di lui, mentre le cerniere dell’entrata facevano da sfondo cigolando.
La stanza era piccola ma confortevole.
Un letto, un piccolo mobile come comodino di fianco, un baule malconcio a piè, un armadio per gli abiti e perfino un piccolo bagno provvisto di vasca da bagno, lavandino e gabinetto, tutti e tre in una ceramica talmente tanto invecchiata ed ingiallita da far invidia ad i Bibliotecari della città.
Colori smorzati sulle pareti spoglie che lui prontamente aveva riempito di vari e vari fogli con schizzi, formule, bozze, schemi etcetera di ipotetiche invenzioni su cui lavorare.­
La porta si richiuse alle sue spalle, che prontamente si spogliò delle suppellettili, e quindi della cintura e della tracolla… Posò gli occhiali sul comodino e si lasciò cadere sul letto a peso morto.
Non controllò nemmeno la posta sul mobiletto sotto gli occhiali appena posati, e non appena sbottonato il primo bottone della camicia, i suoi occhi si chiusero facendolo sprofondare in un inquieto sonno.

Steam800 II.




II.




Mancavano trenta minuti e la corsa ai dolci sarebbe iniziata come ogni, prima domenica del mese. Erano le nove e mezza ed il piccolo Joeff stava tranquillamente camminando per una perpendicolare di Flything Street. I suoi soliti calzoncini marroni con bretelle, e camicia bianca, vestivano il ragazzo con una trasandata e strana eleganza da piccolo borghese. Ogni tanto sbirciava in qualche finestra per potersi specchiare, e come di solito drizzava la piccola bombetta beije che aveva su quella ispida chioma rossa… Il suo, era uno dei sorrisi più raggianti di tutta Gardenbleed Street. Aveva un volto solare, dei piccoli occhietti azzurri, delle labbra carnose, la pelle chiarissima, dei capelli rossi e centinaia e centinaia di lentiggini.
Il suo passo era svelto ed impaziente, la corsa ai dolci sarebbe iniziata di lì a poco nella grande piazza che univa le due vie, ad angolo per la vecchia Chervist Church.
Stranamente quella mattina faceva caldo ed un bel sole faceva capolino al di là della zona industriale, imperiosa, nuova e brillante. I manifesti dicevano avrebbe dato lavoro a tutta la città, al quartiere Flything, ed al quartiere di Gardenbleed. La gente era felice dell’apertura della nuova fabbrica, mentre i Folks come al solito erano contrari. Dicevano sarebbe divenuto uno sfrenato campo di concentramento dove i ricchi avrebbero schiavizzato la popolazione affamata, ma purtroppo l’entusiasmo era troppo per sentire le ‘’chiacchiere’’ dei Folks.
Già un odore di zucchero filato e vaniglia stava percorrendo la strada danzando intorno alla statua dell’Orologio degli Ingegneri al centro della piazza.
Urla, applausi, risate, passi veloci, scoppiettii di ogni genere… Centinaia di persone si erano radunate lì. La prima domenica del mese era un evento unico e raro. Tutti si riunivano lì per la famosa Corsa ai Dolci… Una vecchia ed antica tradizione dei popoli Steam dei primi anni trenta dopo Ventura. Essi erano soliti riunirsi, un giorno al mese, in una piazza, una casa, un accampamento… Solamente per scambiarsi a vicenda tanti piccoli dolci, ed anche perché… Un cittadino, scelto dal comitato di quartiere, incaricato di travestirsi dal Generale Ventura, a caso, sarebbe andato in giro con un sacco legato alla testa pieno di dolci. Lo scopo era quello, e questo gioco alla fin fine era riservato ai più piccoli, di prendere e rubare il sacco.
Facilissimo sarebbe stato, se il Generale Ventura fosse stato un semplice uomo… Peccato che Ventura non lo fosse, ma fosse un automa alto tre, quattro metri, e più veloce di un essere umano. Ogni mese ovviamente, il cittadino travestito era incaricato, dopo un determinato tempo, di perdere… Perdere nel vero senso della parola. Era sì una farsa, ma comunque divertente per i piccoli della città.
Joeff aspettava impaziente dinanzi alle porte della Chiesa di Chervist. Non era interessato alle miriadi di bancarelle intorno a lui… Lui, era lì. Ma solo ed esclusivamente per i dolci. Joeff era povero, non aveva la possibilità di comprare, né per sé, né per la sua famiglia dei dolci, e la prima domenica del mese era la sua unica opportunità di portare un po’ di allegria a casa, dal fratello malato, e dalla madre, dopo la morte del padre nella vecchia fabbrica in centro.
Uno squillo di trombe interruppe il brusio ed il movimento in piazza. Dei passi rumorosi, pesanti…
L’automa stava muovendosi all’interno della chiesa… Di lì a pochi secondi sarebbe comparso. Gli occhi brillanti della gente attendevano impazienti mentre il grasso banditore guardava sorridendo il grande portone…
La terra tremò per qualche istante e tutti risero felici ed emozionati.
Un boato. La porta scattò in avanti aprendosi velocemente. Una valanga di coriandoli cascarono sul colosso dorato che subito ed in velocità partì iniziando a percorrere, il Vicolo Corto. La gente ed il banditore lo guardarono straniti. Tutti sapevano quale fosse il percorso prestabilito per l’automa, e sapevano anche che non si trattava di quello. L’automa dorato dalla testa di satiro, camminava barcollando…
Tutti i bambini partirono in velocità lanciandosi dietro al gigante. Gli adulti con un po’ di spavento li lasciarono andare, ma quando videro il gigante ondeggiare pericolosamente iniziarono a gridare i nomi dei propri figli a squarciagola. Tutti i bambini si fermarono di scatto, capendo e notando la stranezza nel gigante… Joeff no.
La sua famiglia era a casa, e nessuno chiamò il suo nome, tranne il panettiere Berry, nonché suo vicino di casa. Il ragazzo dai capelli rossi però non si fermò… Corse più che potè mentre la gente alle sue spalle si limitava a gridare sdegnata e inorridita da quello che sarebbe potuto succedere. Quelle urla impaurite… sembravano di incitamento al ragazzo che a grandi falcate arrivò vicinissimo a Ventura.
- Fermati!-
Urlò più volte con scarsi risultati, il gigante continuò a correre sbattendo ora a destra e a manca sulle case in bronzo e mattoni battuti. Qualche caminetto cadde, e la paura intanto cresceva nei cuori degli spettatori che da lontano gustavano la scena, come un branco di maiali che godono nel veder morire uno della loro specie. Il banditore non parlò, non chiamò nessuno… Nemmeno il servizio di polizia mosse un dito… Il tutto era troppo strano.
Un gruppo di uomini non troppo lontani da Joeff notarono l’evento insolito.
Sussurrarono delle parole strane. Joeff li vide… Erano strani per lui… Abiti sgargianti… Gli ricordavano qualcosa…
- Folks!- Urlò il ragazzo.
Distrazione fatale.
Il piccolo inciampò finendo per terra e sbucciandosi un ginocchio. Ventura, l’automa stridette e dei fiumi di vapore iniziarono a fuoriuscire dalla sua testa. Le mani portate alla testa come se stesse soffrendo… Attimi di silenzio… L’automa perse l’equilibrio anch’egli… La fortuna non fu di parte quella volta.
La vittima sarebbe stato il piccolo se nessuno fosse intervenuto.
Un ragazzo dai capelli biondi… Legati in una coda alta. Degli occhiali da vista rotondi, degli occhi verde azzurro… Si staccò da quel gruppo lanciandosi verso il ragazzo.
- John! – Urlò una seconda figura dalla pelle scura, ma l’amico era già lontano.
Secondi interminabili.
La schiena dell’automa stava per schiacciare Joeff che in un istante chiuse gli occhi stringendo i denti… Una reazione spontanea… Eppure prettamente inutile…
Un boato… Migliaia di ingranaggi volarono ovunque. La gente dalla piazza intanto era accorsa.
Un grande polverone…
Joeff riaprì gli occhi e quello che vide fu singolare e spettacolare.
Il braccio del ragazzo biondo era divenuto enorme e meccanico, e con un solo pugno aveva distrutto quella grande macchina.
La polvere si diradò e tutti accorsero, anche il gruppo di Folks di cui faceva parte il ragazzo dai capelli dorati, di nome John.
Un sospiro di sollievo da parte di tutti. Il panettiere Berry saltò sul piccolo abbracciandolo e rivolgendosi a John sussurrò quasi.
- Grazie mille…-
John sorrise al vecchio uomo piegato sotto di lui.
Un urlo.
-Polizia!- Il banditore urlò più volte. – Prendete quei Folks! Hanno tentato di uccidere il piccolo presto! –
Tutti straniti si voltarono verso il banditore. La polizia iniziò a correre verso quel gruppo di persone. Fu allora che il più alto, l’uomo dalla pelle scura si staccò dal gruppo. Mise una mano sulla spalla di John.
- Scappate, vi copro io…- Quasi sbuffando rivolto all’amico.
- Grazie… Come al solito Will… - John sorrise e fuggì per un vicolo con il resto del gruppo.
Il moro indurì le braccia. Urlò più volte. Il suo corpo iniziò a gonfiarsi ed i suoi pugni sbatterono violentemente per terra. La terra tremò ed un muro di mattoni alto venti metri si alzò. Comparve quasi dal nulla. Una barriera invalicabile per polizia e chiunque altro.
John, Will e gli altri Folks, all’incirca altri tre o quattro, fuggirono per un piccolo vicolo che scendeva sempre più in basso verso le fogne. Grandi scaloni conducevano ai grandi bacini di approvvigionamento, una strada che i cinque fecero di corsa, sorridendo e strattonandosi come dei bambini. Corsero a lungo, imboccarono qualche via sotterranea fino ad arrivare ad una piccola casa, quasi nelle fogne… Sotto la Drogheria Steam789, sempre in Flything Street.
Dietro la piccola casa una grande scala a chiocciola sembrava portare in superficie, proprio all’interno del negozio di spezie.
I ragazzi si fermarono davanti a quella piccola dimora. Era vecchia ed antica. Una delle poche costruite in mattoni e cemento con della rigogliosa e verde grigia edere rampicante, per tutta una parete. Delle piccole finestre a ribalta, una bella porta in legno, ed un tetto spiovente con splendide tegole bordeaux, interrotte da un altrettanto piccolo camino da cui dei leggeri sbuffi biancastri fuoriuscivano timidi.
Erano cinque. Uno diverso dall’altro. Particolari del resto. Venivano considerati quasi degli zingari, ma non avevano mai fatto del male a nessuno e non ne avevano assolutamente intenzione. Erano Folks… Loro non erano come quella feccia degli Ingegneri dei piani alti.
La porta ad un tratto scricchiolò e si aprì lentamente. Il gruppo osservò in silenzio ed il moro in disparte sbuffò.
Una donna anziana, sulla ottantina, aprì la porta. Avanzò… I suoi occhi semichiusi e strizzati quasi dall’età. La schiena curva, una piccola bocca con pochi denti ed un bastone sotto una mano. Un grande vestito celeste e bianco, con una grande gonna rigonfia. I capelli bianchi legati in una crocchia alta… Un piccolo sorriso. Un piccolo sospiro verso i ragazzi.
- Buongiorno madre! – John si avvicinò alla vecchia signora baciandole la guancia e sorridendo. – Come state?-
La vecchia carezzò il volto giovane e glabro del ragazzo biondo, scostandolo col bastone.
- John…- Sospirò. Poi voltandosi verso un altro. – Mark... – Mark era un ragazzo non molto alto, con i capelli rossi, un volto molto magro, dei grandi occhialoni a più lenti, che portava sempre… Anch’egli era uno dei Folks. Era un tipo timido e taciturno. Infatti si limitò a divaricare leggermente le labbra in un accennato sorriso, per poi ritornare a guardare per terra.
- Silfer… - Continuò l’anziana signora spostando lo sguardo verso un altro Folks. Questi era diverso. Aveva dei lunghissimi capelli argentati e degli occhi bianchi come il latte. Portava sempre un lungo cappotto fin sotto le ginocchia, ed una lunga spada legata per un fianco.
Fece un leggero inchino.
- Buongiorno madre… - Proferì per poi posare una mano sull’elsa a mò di riposo.
Il giro non era terminato e le iridi si scostarono stavolta su di un altro.
- Martin… - Martin era un tipo strano, non che gli altri non lo fossero in effetti. Era basso e grasso, tracagnotto del resto… Gli piaceva mangiare moltissimo, segno, le innumerevoli macchie di residui di cibo sul bavero della camicia.
Aveva i capelli corti e castani gettati ai lati. Gli occhi scuri ed un perenne sorriso stampato in faccia.
- Mamma! – Esclamò di tutta risposta alla vecchia.
Poi fu il turno di un certo Alex.
Egli si potrebbe definire un tipo davvero singolare, più che strano. Il suo volto, come tutto il resto del corpo era interamente ricoperto da congegni ad ingranaggi scoperti. Ed inoltre aveva un braccio interamente meccanico. Li chiamavano Automade. Erano delle vere e proprie protesi funzionanti come un normalissimo arto. Si limitò a salutare.
Poi venne il turno del moro. Era poco più lontano dagli altri, e alla pronuncia del suo nome si avvicinò al gruppo.
Aveva i capelli lunghi come John, ma scuri come la pece. Una pelle scurissima ed era molto alto, sopra gli uno e ottanta sicuramente.
- Buongiorno madre…- Disse per poi entrare in casa.
A quel gesto la signora sospirò.
- Il vostro baccano si sente fino alla sede dell’Ingenium… - Un rimprovero bonario. Una voce stanca, un respiro, ormai segnati dai giorni, e dagli attimi della clessidra del tempo, andati. – Entrate in casa… C’è dell’ottimo Rosbif e del tè caldo…-
Tutti entrarono in casa seguiti dalla donna.
Sul fatto che fossero fratelli, figli di quella stessa donna, era molto improbabile, ma per lo più i Folks erano orfani, chi per nascita e chi perché lo diventava non appena si veniva a sapere della loro vera essenza. Erano insieme e insieme avrebbero vissuti se non fosse stato per…
Tutti si sedettero a tavola. La sala da pranzo era piccola e straripante di roba…Libri, pentole, cibo ovunque… Un disordine raccapricciante, ai quali però tutti erano abituati. La donna era sola e nessuno dei cinque si sarebbe mai capacitato, nemmeno di pensare, di mettere a posto quella casa. Ma a nessuno di loro dava fastidio e così la casa era rimasta abbandonata a sé stessa per molto tempo.
John fu il primo a sedersi ma gli altri fecero subito altrettanto. Davanti ad ognuno era stato posto dalla vecchia signora, un piatto con delle fette di pancetta, e rosbif, e delle uova al tegamino. Il tè fu portato dopo.
John sciolse i capelli e si lanciò subito sulla portata. Gli altri come da rito lo seguirono a ruota. Il moro William non mangiò e sedette lontano dagli altri preoccupato. La donna anziana sospirò e non appena ebbero finito tossì per schiarire la voce.
Tutti sollevarono lo sguardo e la osservarono straniti, quasi.
Parlò.
- Il tempo è passato... E’ giunto... Per me e per voi miei figlioli... -
Il ragazzo biondo la osservò titubante. La donna lo notò e gli sorrise. Poi proseguì.
- Oggi vi saranno assegnati i Futuri...-
Un brusio venne in tutta la stanza. Tutti si guardarono attorno. Chi spaventato chi incuriosito. Il ragazzo dalla pelle scura s’alzò posando una mano sulla spalla della madre. Un cenno col capo e proseguì lui nel parlare.
- Non sembra passato un nulla da quando ci ritrovammo tutti e cinque sotto questo tetto... Sicuramente ricorderete... Chi più chi meno... Quella sera pioveva...-
- No!- Obbiettò John con gli occhi lucidi. Gli altri sobbalzarono a quello scatto. - Non oggi! Non può essere!-
L’anziana fece per aprir bocca ma Will la precedette.
- Calma John... Calma... - Il ragazzo prese da uno scaffale una piccola bombetta nera colma di piccoli bigliettini ripiegati, vecchi e logori… Leggermente ingialliti.
- Volenti o nolenti oggi ognuno di voi pescherà da questo cappello un biglietto… Su ognuno di essi vi è scritta una destinazione…-
Nuovamente fu interrotto dal ragazzo biondo mentre Martin era già scoppiato in lacrime e aveva nascosto il volto dietro la spalla di Silfer.
- So a cosa servono quei foglietti! – L’urlo echeggiò fin fuori la casa… Degli uccelli scoppiarono in volo, quasi spaventati.
- Pesca allora!- Di tutta risposta il gigante.
John calò la mano, e così a turno fecero tutti quanti.
Ognuno spiegò il biglietto e ne lesse il contenuto.
- Palopula… - disse Mark osservando la donna.
- Palopula… La grande Cascata… - Spiegò e sorrise al proprio “figlio”. – E’ un bel posto… Pacifico… Dedito allo studio e alla meditazione…-
Il ragazzo chinò il capo.

- Gruda Sin…- lesse Alex. La donna non fece in tempo a parlare che la precedette. – La città errante… Meta di tutti gli inventori…-
Anch’egli chinò il capo tirando un sospiro di sollievo.
Martin non smise un istante di piangere e tremare, e mentre Silfer gli carezzava la spalla, dispiegò il foglietto e lo lesse. I suoi occhi color del latte brillarono quasi.
- Gear Wave Land… - Sussurrò leggero.
John stufo dell’attesa aprì anch’egli il suo biglietto e presto parlò sgomentato. Sgranò gli occhi.
La voce uscì balbettando.
- Merchalin… - Le sue iridi scattarono sul gigante. Sulla madre e poi su Martin che urlò più volte poi… uno scatto…  uscì fuori sbattendo la porta…
Il suo pezzo di carta cadde e Silfer lo raccolse. Tutti osservarono il moro e John urlò.
Un respiro e le parole fuoriuscirono come un fiume in piena.
- No Will! Chiedo di poter cambiare con Martin! –
La donna osservò John e Will, e quest’ultimo disse.
- Mi dispiace John…- Fu interrotto nuovamente. Ma stavolta non fu nessuno dei ragazzi.
La vecchia annuì…
- Allora John… Sarai tu ad andare a Warlied… -
Tutti lo osservarono preoccupati… Chinò il capo anche lui…